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CHEZ NOUS - Pierpaolo Romani (26.03) DOC1

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When Why
Mar-26-20 Processo Aspide: nell'aula bunker di Mestre arrivano le condanne per gli usurai della camorra
Mar-26-20 Mafia in Veneto, cominciano i maxiprocessi: 135 davanti al giudice. Da Mestre a Verona: così i clan si sono infiltrati nel Nord Est
Mar-26-20 Veneto, 400 Pmi sotto il controllo della mafia
Mar-26-20 Mafia imprenditrice, apriamo gli occhi
Mar-26-20 «Mafia in Veneto? No, ormai la mafia é del Veneto»
Mar-26-20 OPERAZIONE “AT LAST” CONTRO LA CAMORRA NEL VENETO. AVVISO PUBBLICO: “APRIRE GLI OCCHI, TENERE ALTA LA GUARDIA. UN PLAUSO A MAGISTRATURA E FORZE DELL’ORDINE”
Mar-26-20 Mafia del Brenta
Mar-26-20 Vademecum della Cassazione per un’applicazione ragionevole del delitto associativo alle formazioni criminali “autoctone”

E' Coordinatore nazionale dell’Associazione Avviso Pubblico. Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie (www.avvisopubblico.it). Dal 1997 al 2001 e dal 2007 al 2008 è stato consulente della Commissione parlamentare antimafia; è stato consulente a titolo gratuito della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali, istituita presso il Senato della Repubblica, la scorsa legislazione.

Il suo ultimo libro è Calcio criminale (Rubbettino).

È editorialista de «Il Corriere del Veneto», «Il Calciatore» e di «Altreconomia»; scrive anche su «Narcomafie» e «Libera Informazione».

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 6:37am by Anna Marini
Title: Processo Aspide: nell'aula bunker di Mestre arrivano le condanne per gli usurai della camorra

Sono stati condannati a vent'anni i 25 usurai legati al clan dei Casalesi che tenevano sotto pressione più di 130 imprenditori del padovano. Una sentenza storica per il Veneto e scaturita dall'operazione Serpe, condotta dalla Direzione Investigativa Antimafia di Padova e dai Carabinieri di Vicenza nel 2011. A finire dietro le sbarre anche Mario Crisci, conosciuto come o' dottore, che guidava la finta società creditizia Aspide di Padova. Era lui la faccia pulita dell'usura, quello che aveva il compito di intercettare gli imprenditori che chiedevano un prestito.

“Andava tutto bene, un periodo però avevo serie difficoltà e non riuscivo a pagare i miei operai. Non potevo permettere che molte famiglie finissero in mezzo a una strada, e quindi ho deciso di chiedere un prestito di 20 mila euro. Un collega, mi ha consigliato di rivolgermi a una società finanziaria, questa si chiamava Aspide”. Antonio (non è il nome reale) ha 52 anni, oggi è un testimone di giustizia e vive in una località protetta. Insieme ad altri sei colleghi ha fondato l'associazione testimoni di giustizia, che ha l'obiettivo di fare conoscere i disagi di cittadini invisibili.

Fino a un anno fa, era un imprenditore edile di origine campana, che da trent'anni viveva a Padova. Tra le prime persone che ho conosciuto quando ho chiesto aiuto c'era Mario Crisci. Un uomo apparentemente impeccabile, sempre giacca e cravatta. Era lui che mi voleva concedere il prestito per fare ripartire la mia azienda. Mi sono subito reso conto che questo sarebbe diventato il mio incubo”. Antonio, immediatamente cerca di fare un passo indietro.

“Avevo deciso di lasciare perdere, mi ero reso conto che mi stavano truffando e che volevano impadronirsi delle mie aziende. Alle mie richieste di lasciar perdere, mi viene mostrata una pistola e poggiata sulla scrivania di Crisci. A quel punto ho deciso di denunciare, da allora faccio parte di una storia che inizia con: c'era una volta...”. Antonio, si rivolge alla Dia . “Insieme, per permettere gli arresti decidemmo che mi sarei infiltrato nella camorra”. Così è andata per 8 mesi.

Antonio si era trasformato in un camorrista. “Mi chiamavano Sopranos, come il boss della serie televisiva, forse per come sono fisicamente. Tutte le sere, quando finivo le mie attività di usuraio, passavo prima alla Dia, dove facevo rapporto sulla giornata e poi a casa. Certe volte con le lacrime agli occhi, per la troppa violenza vista durante il giorno. Prima di andare a letto mettevo a ricaricare i miei stivali, rigorosamente imbottiti di telecamere. L'indomani mattina tutto ricominciava, anche nella mia azienda che ormai si era trasformata in quartier generale”.

Antonio, era diventato il braccio destro di Crisci. Tutti i giorni, era costretto ad assistere a scene di violenza, sangue e obbligato al lusso mafioso e volgare. Non era l'unico spettatore obbligato spettatore di queste scene.

“Uno dei camorristi, aveva un figlio di 12 anni. Anche lui era obbligato a vedere tutti i giorni questi pestaggi e costretto a contribuire alla violenza. Così come gli operai dell'azienda. Anche loro dovevano guardare in silenzio quelle scene macabre. Era una vita impossibile. Anche i macchinoni e il lusso erano un eccesso. Ci presentavamo nei locali e loro dicevano di essere camorristi. Io non ho mai avuto paura. L'unico brivido mi è venuto lungo la schiena quando li ho visti al processo dietro le sbarre. Non li vedevo da quando ero un infiltrato nel clan. Non credo che io e la mia famiglia saremo mai in grado di dimenticare quello che è successo”.

Il meccanismo messo in moto da Aspide era semplice e facilmente realizzabile anche grazie all'intervento di una rete di professionisti. “ Il notaio era particolarmente disponibile nei nostri confronti”. Ha spiegato lo stesso Crisci durante l'interrogatorio. “I notai mi consentivano di apporre clausole di presa visione dei bilanci. Sicuramente sapevano che gli imprenditori che andavano a firmare non erano in condizioni di prendere visione della documentazione contabile perché in buona parte analfabeti”.

Si partiva da una società finanziaria, in questo caso Aspide, che a sua volta creava un'altra società che faceva recupero crediti per conto dei camorristi. A quel punto il denaro veniva prestato dietro garanzia di un titolo, così i tassi passavano dal 15 al 250 per cento. Solo allora l'imprenditore, vessato, picchiato a sangue, era costretto a cedere la propria azienda tramite un atto firmato nello stesso studio notarile. Il flusso di denaro dell' usura serviva anche all'erogazione di nuovi prestiti agli imprenditori in crisi. Mentre, il ricavato mensile era destinato al pagamento degli stipendi degli associati, fino a un massimo di 1500 euro al mese.

Il rimanente, inviato nella provincia di Caserta su conti intestati ad alcuni degli associati, prestanomi.

Spiega Lino Busà presidente di Sos Impresa

“Ci siamo costituiti parte civile nel processo a sostegno degli imprenditori vittime di questo sistema. L'operazione Aspide, è importante perché fa emergere la presenza della camorra anche nel nord Italia e nel Veneto, dove le mafie lavorano per sostenere le attività di riciclaggio e investimento finalizzata alle attività della camorra. C'è un altro aspetto da tenere in considerazione in questo processo. E cioè che, ormai le mafie sono nel mercato dell'usura, vi entrano anche grazie ad alcune società di mediazione creditizia e avvolgono imprenditori e imprese come una Serpe”.

https://www.huffingtonpost.it/2012/12/13/processo-aspide-nellaula-bunker-di-mestre-arrivano-le-condanne_n_2292773.html

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 6:41am by Anna Marini
Title: Mafia in Veneto, cominciano i maxiprocessi: 135 davanti al giudice. Da Mestre a Verona: così i clan si sono infiltrati nel Nord Est

L'appuntamento più importante per numero di reati e persone coinvolte è previsto in aula bunker a Mestre dall'8 gennaio: 76 imputati, 37 accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sono i cosiddetti "casalesi di Eraclea", comune che il ministro dell'Interno deve decidere se sciogliere o meno. Sempre a Mestre inizia il procedimento per 53 persone coinvolte nell'inchiesta Camaleonte: farebbero parte di una costola della cosca Grande Aracri. A Verona sei presunti 'ndranghetisti davanti al gup

In attesa che il ministro dell’Interno decida se sciogliere per mafia il comune di Eraclea, travolto all’inizio del 2019 da una inchiesta anti camorra, in Veneto si sta per cominciare la prima stagione dei processi alle cosche. Un caso senza precedenti, più di un centinaio di persone che devono partecipare a tre udienze preliminari. Non accadeva dai tempi del maxi processo alla Mala del Brenta di Felice Maniero a cui venne poi riconosciuta l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Che il Veneto non fosse più indenne da infiltrazioni di camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra, era noto da tempo a investigatori e inquirenti. Ma questo dato sarà visibile a tutti quando i cancellieri faranno l’appello, nell’arco di due settimane, di 135 imputati in attesa di sapere se saranno rinviati a giudizio.

Camorra in Veneto Orientale – L’appuntamento più importante per numero di reati e persone coinvolte, è previsto in aula bunker a Mestre dall’8 gennaio. Sono 76 gli imputati convocati dal giudice per l’udienza preliminare Andrea Battistuzzi per l’inchiesta che ruota attorno all’organizzazione di stampo camorristico che a Eraclea aveva come capo il boss Luciano Donadio. Sono 37 le persone accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso. Il gruppo è stato battezzato “casalesi di Eraclea”. Impressiona l’elenco dei reati: usura, estorsioni, rapine, truffe, illeciti fiscali, droga e armi. Gli arresti sono stati 50, di cui 47 in carcere e tre ai domiciliari. Il numero di indagati aveva raggiunto quota 82, poi si è ridotto a 76. A sostenere l’accusa sono i sostituti procuratori antimafia Roberto Terzo e Federica Baccaglini.

Comuni infiltrati – L’organizzazione ha dimostrato una notevole capacità di infiltrarsi nelle attività comunali. Il sindaco Mirco Mestre è stato arrestato con l’accusa di voto di scambio con i personaggi in odore di Camorra, mentre il suo predecessore Graziano Teso è stato indagato. Per questo è stata nominata una commissione d’indagine che un paio di mesi fa ha presentato una relazione al prefetto di Venezia, adombrando lo scioglimento del comune per mafia. A metà dicembre il prefetto Vittorio Zappalorto ha spedito le sue conclusioni al ministro dell’Interno. L’esito è ancora top secret, ma la censura non dev’essere stata tenera, se qualche giorno fa, intervistato dalla Rai, il prefetto ha dichiarato: “Per tanti anni queste persone hanno fatto il brutto e cattivo tempo in quel territorio, senza aver mai suscitato una reazione da parte della popolazione”. Non è una questione che riguarda solo Eraclea. “In quella zona ci sono interessi economici fortissimi. Penso a Caorle, a Jesolo e ad altre realtà che vanno indagate perchè questo non succeda più”.

‘Ndrangheta a Verona – Nel capoluogo scaligero, il 9 gennaio comincia, di fronte al gup David Calabria, il procedimento a sei componenti della famiglia calabrese Multari, che da molti anni si è trasferita in provincia di Verona. In particolare, sono sei le persone imputate di estorsioni in serie, con l’aggravante dell’intimidazione mafiosa. Tra le ipotesi di reato anche violenza o minaccia per costringere a commettere un reato, trasferimento fraudolento di valori, resistenza a pubblico ufficiale, incendio, minaccia e tentata frode processuale.

Cosca Camaleonte – Il terzo appuntamento è previsto per il 23 gennaio, ancora in aula bunker a Mestre, dove il gup Francesca Zancan comincerà ad esaminare le posizioni di 53 imputati. Sono finiti nella rete dell’operazione Camaleonte, con i primi arresti eseguiti lo scorso mese di marzo, che hanno però avuto alcuni seguiti anche di recente. Nel mirino dei carabinieri, un’organizzazione riferibile alla ‘ndrangheta, che farebbe capo alla cosca cutrese Grande Aracri e alla famiglia Bolognino. L’inchiesta è in parte una derivazione dell’operazione Aemilia che a Bologna ha smantellato una rete criminale che controllava affari e attività illecite in Emilia Romagna. Dall’operazione Camaleonte emerge una serie di estorsioni e violenze in ambito economico messe a segno da una associazione dedita a commettere reati fiscali e riciclaggio. Tra i complici, anche imprenditori veneti al di sopra di ogni sospetto, che venivano lautamente pagati per prestarsi al riciclaggio di fiumi di denaro provenienti dalla Calabria.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/07/mafia-in-veneto-cominciano-i-maxiprocessi-135-davanti-al-giudice-da-mestre-a-verona-cosi-i-clan-si-sono-infiltrati-nel-nord-est/5653661/

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 6:44am by Anna Marini
Title: Veneto, 400 Pmi sotto il controllo della mafia

Nel corso degli anni, dal 2010 - quando ha iniziato a emergere un fenomeno prima di fatto quasi inesistente - al 2018, sono state individuate circa 400 aziende con una connessione con la criminalità organizzata. Si tratta di dati rilevati sulla base di atti giudiziari, condotta dall’università di Padova.

È solo uno dei dati al centro dell’attenzione in un NordEst che, con il suo tessuto di piccole e medie imprese, è nel mirino della mafia, che qui trova il terreno ideale per ripulire il denaro proveniente dagli atti criminali – a cominciare dal traffico e spaccio di droga - compiuti in altre regioni.

Per questo è necessario un percorso di consapevolezza, anche per le imprese: “La Piovra sul Nordest. Come le mafie stanno manipolando l’economia”, è il titolo della giornata organizzata da Confindustria Vicenza che ha chiamato a raccolta – il 17 ottobre dalle 17.30 - il Comandante provinciale della Guardia di Finanza di Vicenza, Colonnello Crescenzo Sciaraffa, la presidente della Sezione Riesame del Tribunale di Venezia Licia Consuelo Marino, la coordinatrice della DDA della Procura di Milano Alessandra Dolci, mentre la conclusione sarà affidata ad Achille Variati, sottosegretario ministero dell’Interno.

Il giorno dopo, venerdì, un altro evento organizzato da università di Padova e Regione Veneto farà il punto su “sviluppo economico e contrasto alla criminalità organizzata”, a dimostrazione di come il tema sia al centro del dibattito.

A Vicenza l’obiettivo è «illustrare come si manifesti il metodo mafioso e anche cosa può fare un singolo o una comunità per affrontare questo fenomeno – spiega Claudia Piaserico, vicepresidente di Confindustria Vicenza - Il fenomeno non è certo iniziato oggi, ma è emerso con costanza crescente negli ultimi tempi. Oramai nessuno può trattarlo come qualcosa di episodico e noi, come rappresentanti del mondo produttivo, non possiamo rimanere a guardare».

La consapevolezza è il primo passo, spiega Crescenzo Sciaraffa, a Vicenza da tre anni e mezzo: «Ci sono evidenze, in questo ultimo arco temporale, della presenza della criminalità organizzata anche in questa provincia. Il nostro lavoro è iniziato con una mappatura e con l’analisi dei dati relativi alla presenza sul territorio di persone fisiche già gravate da precedenti penali legati ai cosiddetti reati spia, in particolare riciclaggio, bancarotta fraudolenta e fatture per operazioni inesistenti. Verifichiamo che questa presenza non sia legata alla volontà di reinvestire i guadagni realizzati nelle regioni di storica presenza in un’area economicamente florida, e per questo attraente».

Dalla mappatura sono emerse diverse posizioni che sono passate alla fase di vera e propria indagine. Dall’inizio del 2019 sono stati condotti circa 90 accertamenti (la legge di riferimento è la 159/2011 antimafia) e sono stati segnalati quasi 20 milioni di profitti riferibili ad attività illecite. La modalità è subdola: «Se nelle regioni di origine la violenza si esprime a pieno, qui l’insinuarsi nelle attività economiche è meno evidente. A volte questi soggetti si offrono per entrare nel capitale di una azienda rilevandone parte delle quote, magari sembrano il socio adatto per fare fronte a un momento di difficoltà finanziaria».

In questo senso la crisi economica ha aperto ancora più falle, creando occasioni di contaminazione fra aziende e criminalità: «Se poi a fare da tramite è una persona ritenuta di fiducia, come un commercialista o un notaio, allora la trappola può scattare. Il ruolo di soggetti professionisti agevola il contatto e crea una falsa sensazione di fiducia», sottolinea Sciaraffa. Quello che segue è uno spacchettamento dei principali asset a favore di altri soggetti criminali, l’estromissione della precedente proprietà, il riciclo di denaro.

Non è ancora mai accaduto, a Vicenza, che un imprenditore si rivolgesse alle autorità giudiziarie accorgendosi di quanto sta avvenendo: «Eppure è fondamentale: la legge ci mette a disposizione molti strumenti, anche di prevenzione, efficaci, che vanno dalle misure patrimoniali e personali, ai provvedimenti amministrativi indiziari fino a quelle interdittive». Non solo: al convegno Sciaraffa e gli esperti porteranno le ultime novità in materia di tecnologia che può essere a supporto delle indagini: «C’è una potenzialità enorme che viene dai nuovi strumenti informatici, con sistemi che permettono indagini su larga scala e su un numero enorme di soggetti, per poterli mappare».

Anche i codici di legalità volontariamente messi a punto sul territorio e i rating per le aziende hanno un valore: attualmente sono oltre 7mila in Italia le aziende con il “bollino” di legalità, ed è già capitato anche in Veneto che scattasse l’esclusione dall’appalto per aziende in odore di mafia. «Gli appalti e i subappalti in materia di opere pubbliche, sono un settore ad alto rischio», avverte Sciaraffa. E di lavori – in corso da tempo o programmati – ce ne sono molti, dal travagliato Mose di Venezia ai prossimi cantieri per le Olimpiadi Milano Cortina 2026, mentre la Pedemontana Veneta è stata oggetto di uno specifico accordo per garantirne la sicurezza.

E dalla giornata di Padova (venerdì 18 ottobre 2019 in Aula Magna dell’università) arriverà anche un altro monito: mediante l’utilizzo di aziende attive in tutti i settori la mafia riesce a intrattenere rapporti e relazioni con la politica e con la società civile, ai quali si presenta con le vesti di imprenditori.

Qui verranno presentati gli esiti della ricerca sulle infiltrazioni criminali condotta in collaborazione con la Regione del Veneto. Interverranno fra gli altri Loriano Ceroni, responsabile anticorruzione e trasparenza della Regione; Bruno Cherchi, procuratore capo a Venezia; i prefetti di Padova, Renato Franceschelli, e Venezia, Vittorio Zappaolorto. Il Convegno rientra nella programmazione regionale delle iniziative di sensibilizzazione della società civile e delle istituzioni pubbliche, finalizzate alla promozione dell’educazione alla legalità.

All’interno dell’ateneo opera il gruppo di docenti di Economia, coordinati dal responsabile scientifico Antonio Parbonetti, che conduce ricerche sul tema. «Ci concentriamo naturalmente sull’aspetto economico- spiega – esaminando le aziende connesse alle organizzazioni criminali, ovvero in cui il proprietario o amministratore è un soggetto condannato per mafia o reati annessi. Ne abbiamo individuate 2mila al Centro Nord; di queste poco più di mille sono società strutturate, non ditte individuali o Snc, e in questo senso sono studiabili dal punto di vista del bilancio».

Il 20% di queste 2mila società si trova in Veneto: «Un numero rilevante – sottolinea Parbonetti – perché rilevanti sono gli effetti che la loro presenza produce. In primo luogo, emerge che le aziende che operano nello stesso settore e nello stesso territorio di quelle connesse alla criminalità crescono in performance ed efficienza quando il legame mafioso viene reciso, ad esempio dopo un arresto.

Parliamo di un Margine operativo superiore anche del 15-20% nell’anno successivo. Non solo: le aziende sane, rimaste senza una concorrenza sleale, pagano più tasse. Un dato che fa riflettere: si è spesso detto che l’evasione fiscale poteva essere un richiamo per la criminalità, perché ripuliva denaro usando gli stessi canali. Invece, questo dato suggerisce una lettura diversa, e cioè che la presenza criminale induca le aziende sane a difendersi anche sottraendo ricavi al fisco per compensare in qualche modo una competizione che li vede perdenti».

https://www.ilsole24ore.com/art/veneto-400-pmi-sotto-controllo-mafia-ACAeLEs?refresh_ce=1

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 6:47am by Anna Marini
Title: Mafia imprenditrice, apriamo gli occhi

Quello che stiamo vivendo rischia di passare alla storia come il secolo delle mafie se continuiamo a negare o a sottovalutare la presenza del fenomeno, se non apriamo gli occhi e aggiorniamo l’analisi, se non capiamo che le cosche ormai agiscono come delle imprese che scambiano beni e servizi, sia sul mercato legale che illegale. Anche in Veneto. Anche a Verona, dove la prefettura in due anni ha emesso tredici interdittive antimafia. È un concetto ribadito con forza ieri nella città scaligera al convegno intitolato “Mafie ed economia: come prevenire le infiltrazioni e tutelare le imprese a livello locale”. L’evento è stato promosso dalla Regione del Veneto – presente l’assessore Cristiano Corazzari – in collaborazione con Avviso Pubblico, l’associazione che mette in rete 400 enti locali italiani – di cui 16 veronesi, tra cui Verona – che si impegnano a promuovere la cultura della legalità, della trasparenza e della cittadinanza responsabile.

Alla presenza di un centinaio di partecipanti, tra amministratori locali, dirigenti e funzionari pubblici e giornalisti, il Procuratore della Repubblica di Verona, Angela Barbaglio, il vice prefetto vicario Angelo Sidoti, il colonnello Carlo Pieroni della Direzione investigativa antimafia di Padova, il giudice Gianfranco Donadio della Direzione nazionale antimafia, il Prof. Antonio Parbonetti dell’Università di Padova e il Segretario generale dei Comuni di Corleone e Villabate, dottor Lucio Guarino hanno svolto una lectio magistralis collettiva sul fenomeno mafioso.

“Fare impresa” ha lasciato scritto su un pizzino il boss della mafia siciliana Bernardo Provenzano ai suoi eredi. E i mafiosi di cosa nostra, della ‘ndrangheta, della camorra e dalla sacra corona unita hanno accolto in pieno il suggerimento. “Bisogna chiedersi da dove arriva il denaro che diverse imprese venete stanno impiegando nei loro affari” ha ammonito il colonnello Pieroni, facendo presente che il problema mafie fatica a trovare attenzione sui nostri territori. “I mafiosi sono anche qui non altrove” gli ha fatto eco il prof. Parbonetti. Quest’ultimo, con la sua équipe, ha svolto uno studio che è partito dall’esame di tutte le sentenze emesse nel centro-nord Italia dal 2005 al 2014 – ben 120, una al mese – per il reato di mafia (art. 416-bis c.p). Parbonetti, con dati alla mano, ha dimostrato come le imprese mafiose scaccino dal mercato quelle sane, impediscano un sano sviluppo dei mercati e della libera concorrenza. Emissione di fatture false grazie a società cartiere, esercizio della corruzione, veri e propri investimenti agevolati dalla borghesia mafiosa composta da imprenditori, liberi professionisti, esponenti del mondo della finanza. Rigorosamente del Nord. Quando un’azienda viene sottratta alle grinfie del crimine organizzato, ha dimostrato Parbonetti, le imprese sane aumentano i loro profitti del 20%, assumono personale, pagano le tasse. Un dato quest’ultimo estremamente importante perché “l’evasione fiscale è il paradiso delle mafie” come ha sottolineato il dottor Donadio, esperto a livello internazionale di antiriciclaggio. Il magistrato ha invitato i presenti a prendere in seria considerazione non solo il tema delle garanzie che certi imprenditori presentano alle banche per ottenere dei prestiti, ma anche a monitorare i settori della logistica e del ciclo dei materiali inerti. Potremmo aggiungerci anche il settore del ciclo dei rifiuti non solo per quanto sta emergendo dall’inchiesta di FanPage ma anche per i diversi incendi che, soprattutto nel trevigiano, si stanno registrando da tempo e per quanto a suo tempo scritto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta che si occupa del tema.

Donadio si è soffermato sul dato delle 16.000 operazioni finanziarie sospette segnalate dalla Banca d’Italia per il Veneto, un alert particolarmente preoccupante perché attesta la presenza non solo di evasori fiscali ma altresì di mafiosi-imprenditori. “Le mafie imprenditrici – ha ammonito Donadio – sono attraenti e vi è chi le cerca anche in questi territori”. Un errore madornale quest’ultimo, perché come ha rammentato il prof. Parbonetti “sono le mafie che fanno affari con gli imprenditori, non il contrario”. Anche gli enti locali possono e devono fare la loro parte nella prevenzione e contrasto alle mafie e alla corruzione. Il dottor Guarino ha ribabito l’importanza della trasparenza delle procedure e degli atti e l’attivazione di un sistema efficiente di controlli. “I mafiosi non sono samurai invincibili” disse una volta Enzo Biagi. Possiamo batterli, a patto che questa battaglia non sia delegata esclusivamente ai magistrati e alle forze di polizia.

http://www.liberainformazione.org/2018/03/03/51847/

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 6:51am by Anna Marini
Title: «Mafia in Veneto? No, ormai la mafia é del Veneto»

Il giornalista Ambrosini: «la ‘ndrangheta non é qui per imporre un sistema, ma per impararlo. Diversi i casalesi, che però non arrivano a uccidere». “Complici” locali? «No, sono criminali dello stesso livello»

Usura, minacce, estorsioni, rapine, droga ma soprattutto penetrazione nell’economia, specie nell’edilizia ma anche nelle scommesse: sotto indagine per favoreggiamento la presidente della Camera Penale veneziana, 47 persone in carcere fra cui un poliziotto, un direttore di banca e un sindaco arrestato per voto di scambio politico mafioso, Mirco Mestre, il suo vice Graziano Teso indagato per concorso esterno e un piccolo Comune, Eraclea, a rischio di scioglimento per mafia per la prima volta nella storia del Veneto, più 3 ai domiciliari e 10 con obbligo di firma: «la più importante operazione contro la camorra nel Nordest», ha definito l’operazione di questa settimana il procuratore capo di Venezia Bruno Cherchi. I casalesi, insomma, hanno messo radici in Veneto, evidentemente con la complicità di non pochi veneti. Pochi giorni era scattata un’altra batteria di arresti, questa volta contro la ‘ndrangheta della famiglia Multari, con 7 in manette, cinque in carcere e due ai domiciliari, e 20 perquisizioni tra le province di Verona, Venezia, Vicenza, Treviso fino a Crotone, con il boss Salvatore Giglio che dal carcere a Padova pare diriga gli affari, considerando la città di Sant’Antonio come “cosa loro”, e avendo una particolare attenzione ad attività commerciali come pizzerie e panetterie. Fra i pochi a seguire negli anni le vicende della criminalità organizzata in Veneto c’é Alessandro Ambrosini, fondatore e direttore fino alla chiusura (come webmagazine) di Notte Criminale, il primo giornale online specializzato sul crimine. Oggi, nel frattempo diventato un blog, continua a scriverci, dopo aver collaborato con Fanpage, Il Tempo e Vicenza Today. E’ con lui che proviamo a capire meglio cosa vogliono dire i clamorosi avvenimenti di questi giorni.

Nella percezione comune sembra ancora che le mafie non ci siano, da queste parti. E’ solo il sangue nelle strade che potrebbe, tragicamente, cambiarla?
Tragicamente sì. Per cambiare il sentire comune rispetto alle mafie, il Veneto forse ha bisogno di vedere la parte più cruenta del problema. E forse non riuscirebbe ancora a capirla e a preoccuparsi veramente. Le mafie lo sanno bene e di conseguenza “usano” il territorio nel modo più criminalmente intelligente: nel silenzio, creando rapporti fiduciari con la popolazione, cercando di essere “servizio” per la comunità in cui si insediano. Niente di nuovo, i veneti conoscono bene queste cose e in parte le hanno accettate, anche quando a comandare in Veneto era Felice Maniero. Nella realtà dei fatti, camorra e ‘ndrangheta non insegnano niente. Hanno solo trovato un terreno fertile, già pronto ad “accogliere” i frutti malati dell’economia criminale. Perchè non c’è scritto mafia nelle banconote, e tutto diventa normale.

Ci sono differenza fra camorra e ‘ndrangheta, nel modo di operare?
Le differenze tra camorra e ‘ndrangheta sono sostanziali in Veneto, come in tutta Italia. Innanzitutto bisogna sottolineare che il ramo camorristico dei Casalesi è storia diversa dal panorama napoletano. Come diverse sono le provenienze dei clan e delle loro specialità, quelli arrestati l’altro giorno sono del “clan Bidognetti”, l’ala più economica e meno militare. Il clan dei casalesi, come tutta la camorra, ha rami diversificati più a livello di “strada”. Tratta il gioco d’azzardo come fonte e copertura per operazioni di riciclaggio, usa la violenza “di strada” spesso e volentieri. Difficilmente fino all’omicidio, in Veneto. Rispetto alla ‘ndrangheta sono più classici nei loro “affari”. Sono arrivati con le imprese edili e lo spostamento terra e così sono rimasti. Come per la droga. Discorso diverso per la ‘ndrangheta, più silente. Più “chirurgica” nella sua presenza, più discreta ma sicuramente più pericolosa. Quando la mafia calabrese usa la violenza, la usa per lasciare lutti. La criminalità calabra non è arrivata per importare un sistema, è venuto ad impararlo. Condizione che le ha permesso di inserirsi perfettamente nella società veneta.

Un’altra zona che in questi anni è sembrata pullulare di infiltrazioni mafiose è stato il Veronese: l’ex prefetto Mulas (oggi a capo dei vigili del fuoco) ha sfornato interdittive su imprese sospette a profusione. C’è una particolarità di quella zona?
Il veronese è territorio ‘ndranghetista, senza se e senza ma. Soprattutto nella zona confinante con la provincia di Vicenza. Perchè preferire il Veronese? Perchè da sempre è un crocevia per i trasporti leciti e illeciti. Inoltre le imprese legate ai mammasantissima calabresi hanno sempre trovato terreno florido per quanto riguarda l’ambito della distribuzione e lo spostamento terra. Più in generale, dove ci sono appalti e soldi pubblici, la ‘ndrangheta è sempre fortemente presente. E Verona ha avuto uno sviluppo sempre importante in questo senso.

Bancari, ma anche commercialisti: gli insospettabili non mancano. Sono loro il perno su cui si basa la forza di un’organizzazione criminale che vuole far soldi? E come scatta la “conversione” al crimine di professionisti magari conosciuti e stimati?
Oggi tutte le criminalità hanno necessità di “colletti bianchi”. Sono più importanti delle armi stesse. Per gli affari criminali sono necessari funzionari di banca, commercialisti, notai, avvocati. Tutte figure che una volta potevano essere marginali ma oggi sono il cuore di tutto. Non esiste crimine che non includa l’uso di uno di questi professionisti. Come possono venire “contaminati” da camorristi e ‘ndranghetisti? Semplicemente non sono contaminati. Molte volte pensiamo che sia solo il mafioso a “infettare” il sistema Veneto. Ma non è così. I veneti non devono imparare a delinquere da nessuno. In molti casi insegnano, soprattutto nei contesti legati al “professionismo dopato”. Se vai a guardare i reati contestati puoi leggere di falsa fatturazione, di assunzioni fittizie, di bancarotta, di truffe bancarie e immobiliari che nel nostro territorio sono state, e sono, pane quotidiano. Per qualche colletto bianco. Motore di tutto i “schei” che non bastano mai, soprattutto quelli facili.

Dal punto di vista politico, il voto di scambio importa un modello tipico delle regioni meridionali. Quali sono le caratteristiche di questo metodo? Su quali leve può puntare per diffondersi?
Lo schema casalese, per esempio, è basato sulla creazione stessa del politico. Non si “compra”, si crea e si forma. Chi “compra” i politici lo fa per un business specifico. Chi “crea” è per non avere limiti. Qui in Veneto sembrava impossibile potesse accadere ciò che nel Casertano, per decenni, è stata regola. Ma il Veneto non è mai stato impermeabile, soprattutto ai soldi facili. Non bisogna quindi stupirsi di ciò che è accaduto in queste settimane. Da anni, pochi predicano nel vuoto circa queste infiltrazioni, fin troppo evidenti a volte. Oggi, per molti, è un risveglio da un torpore controllato e consapevole, molto ipocrita. Ma queste due inchieste sono solo l’inizio, altre arriveranno nel 2019. Si è lasciato sedimentare il male per troppo tempo, e non basteranno 50 arresti per abbattere le cosche e la cecità veneta.

https://www.vvox.it/2019/02/21/mafia-in-veneto-no-ormai-la-mafia-e-del-veneto/

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 6:53am by Anna Marini
Title: OPERAZIONE “AT LAST” CONTRO LA CAMORRA NEL VENETO. AVVISO PUBBLICO: “APRIRE GLI OCCHI, TENERE ALTA LA GUARDIA. UN PLAUSO A MAGISTRATURA E FORZE DELL’ORDINE”

Avviso Pubblico esprime il proprio plauso e ringraziamento per l’operazione antimafia denominata “At Last” condotta questa mattina all’alba dal Gico del nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza e dalla Squadra Mobile di Venezia, al termine di un’inchiesta sull’infiltrazione camorristica in Veneto, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia che ha portato all’esecuzione di 50 misure cautelari. Gli arresti sono stati eseguiti a Venezia, a Casal di Principe (Caserta) ed in altre località.

Il blitz di questa mattina segue di pochi giorni l’analoga operazione “Terry” condotta dalla DDA di Venezia sulla presenza ‘ndranghetista nella provincia di Verona, che ha evidenziato la progressiva e sempre più strutturata infiltrazione della criminalità organizzata in Veneto, nonché il consenso che i mafiosi incontrano in pezzi di società e operatori del mondo economico che chiedono capitali, servizi e favori. Situazioni emerse progressivamente anche nel recente passato attraverso altre inchieste (es. Ciclope, Aspide, Valpolicella, Stige e Fiore reciso).

“L’operazione condotta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, a cui va il nostro ringraziamento, è l’ennesimo invito ad aprire gli occhi rivolto a chi ancora oggi ritiene che certi fenomeni siano radicati in altri territori, mentre ormai da tempo fanno parte della nostra quotidianità – ha dichiarato Andrea Cereser, Sindaco di San Donà di Piave (Ve) e Coordinatore regionale di Avviso Pubblico – Aprire gli occhi è un punto di partenza. Il nostro compito è quello di porre sotto i riflettori questi scenari, raccontarli, per tenere alta la guardia”.

Avviso Pubblico manifesta viva preoccupazione per l’arresto del Sindaco di Eraclea poiché, come la storia delle mafie presenti al Nord insegna, dopo la penetrazione nel tessuto economico, il passaggio successivo delle mafie è quello a livello politico, in primis negli enti locali, considerati centri di drenaggio di risorse pubbliche, in particolare nel settore degli appalti. Nel Nord Italia sono stati 8 i Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose dal 1991 ad oggi.

Da anni, Avviso Pubblico – che in Veneto conta 73 Enti soci, tra cui la Regione e i Comuni capoluogo di Padova, Treviso, Verona e Venezia – denuncia la presenza del fenomeno mafioso in Veneto, in particolare nel settore economico e sociale, attraverso iniziative di sensibilizzazione pubblica, nelle scuole e con gli amministratori locali.

La nostra associazione ha da poco concluso un ciclo di 28 incontri di formazione e seminari tematici, proprio sul tema della prevenzione e del contrasto alle mafie e alla corruzione, commissionato dalla Regione Veneto e intitolato Conoscere le mafie, Costruire la legalità, che ha visto la partecipazione attiva di amministratori locali, agenti della Polizia locale e cittadini nelle giornate organizzate in tutte le sette province del Veneto.

Avviso Pubblico invita tutti i Sindaci della regione a venire a Padova il prossimo 21 marzo per partecipare alla Giornata nazionale in ricordo delle vittime innocenti di mafia per dimostrare che il Veneto è contro qualsiasi forma di mafia e di illegalità.

https://www.avvisopubblico.it/home/operazione-at-least-contro-la-camorra-nel-veneto-avviso-pubblico-aprire-gli-occhi-tenere-alta-la-guardia-un-plauso-a-magistratura-e-forze-dellordine/

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 6:54am by Anna Marini
Title: Mafia del Brenta

La Mafia del Brenta, ben più nota come "la Mala", è stata una specifica forma di esercizio di potere operante nel Veneto, in particolare nelle province di Venezia e Padova, dalla fine degli anni '70 fino a metà anni '90. L'associazione, al cui vertice si trovava Felice Maniero, è ad oggi l'unica associazione criminale riconosciuta come mafiosa che non aveva al suo interno affiliati alle mafie tradizionali: la banda di Maniero, infatti, era composta da soggetti veneti che si sono costituiti in associazione e hanno iniziato a delinquere[1].

L'epicentro delle attività criminali dell'associazione era Campolongo Maggiore (dove oggi si trova il 16% dei beni confiscati della regione), piccolo paese a sud della Riviera del Brenta. Qui vi furono le negoziazioni con lo Stato, qui si nascosero per anni i latitanti, così come sempre qui veniva portato l'oro delle rapine a fondere nei crogioli e si sono inabissate e nascoste le auto nel Brenta[2]. È stato quindi il luogo dove la Mafia del Brenta ha governato gli affari criminali del Veneto per vent'anni.

Per quanto riguarda l’evoluzione dell’organizzazione, vi sono tre fasi:

  1. Criminalità minore (anni 1975-1980): il gruppo vede la partecipazione di un ristretto numero di aderenti, dedito a rapine, estorsione e alla gestione del gioco d'azzardo clandestino;
  2. Criminalità emergente (anni 1980-1984): l'organizzazione si struttura maggiormente e instaura i primi contatti con altre associazioni criminali, aumentando le sue attività (rapine (laboratori orafi, hotel, casinò), ricettazione, estorsioni, gioco d’azzardo, sequestri di persona, traffico di stupefacenti). A livello mediatico si enuclea come "Mala del Brenta", dandosi una precisa identità;
  3. Criminalità consolidata (anni 1984-1994): si dota di un profilo internazionale e viene identificata come "Mafia del Brenta", in quanto esprime del tutto il metodo mafioso, modificando parzialmente la sua struttura, le sue attività ed i suoi interlocutori e rientrando pienamente nella definizione di associazione a delinquere di stampo mafioso[3].

L'iter processuale, iniziato nel 1986, trovò la propria conclusione il 1° luglio 1994, con la sentenza della Corte d’Assise di Venezia. Gli imputati a processo furono 110, 91 veneti e 19 “foresti”, come definiti dai giornali dell'epoca, le cui pene complessive sono quantificabili in 503 anni di carcere e 1787 milioni di multa. Le condanne totali furono 79, di cui 21 per associazione a delinquere di stampo mafioso.

Felice Maniero venne arrestato a Torino il 12 novembre 1994 e appena sei giorni dopo l’arresto dichiarò la volontà di collaborare con la giustizia. Condannato a 25 anni di carcere, ridotti a 17 grazie alla collaborazione, nel 2010 è tornato in libertà[4].

https://www.wikimafia.it/wiki/index.php?title=Mafia_del_Brenta

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41

Added March 26, 2020 at 7:25am by Gloria Mattiello
Title: Vademecum della Cassazione per un’applicazione ragionevole del delitto associativo alle formazioni criminali “autoctone”

"[...]2. Metodo mafioso, offensività e proporzionalità. – Volendo individuare un file rouge dell’impianto argomentativo, possiamo identificarlo nel meritorio sforzo dei giudici di legittimità di conferire uno sfondo il più possibile oggettivistico alla verifica degli estremi della fattispecie incriminatrice. Operazione non priva di insidie invero, sol se si pensi agli scenari interpretativi dischiusi dalla tipizzazione normativa: non comportamenti individuali circoscritti bensì dinamiche collettive (perfino) socialmente rilevanti, tanto sul versante degli autori quanto su quello degli effetti delle condotte punibili. La sfida è duplice e in un certo senso virtuosamente contradditoria: per un verso assumere a modello tipologico il background cognitivo accumulato in quasi quarant’anni di esperienza giudiziale, e per altro non lasciarsene condizionare troppo. Da questo punto di vista, la Cassazione non manca anzitutto di ricordare che lo stesso legislatore “non si è limitato a registrare realtà (talvolta secolari) già presenti (…) da tempo dotate di un nomen (…), con correlativi insediamenti, articolazioni periferiche, prestigio e fama criminale da spendere come arma di pressione nei confronti dei consociati (…), ma ha anche aperto un indefinito ambito operativo, per così dire «parallelo», destinato a perseguire tutte le altre aggregazioni (anche straniere) che, malgrado prive di un nomen e di una «storia» criminale, utilizzino metodi e perseguano scopi corrispondenti alle associazioni mafiose già note”. Ebbene, per una gestione ermeneutica di siffatto “ambito operativo parallello” sufficientemente sorvegliata, la Corte prende spunto dalla presa d’atto che il delitto di cui all’art. 416 bis, c.p. appartiene alla classe dei reati associativi a “struttura mista” – richiedenti cioè un quid pluris rispetto alla mera organizzazione in sé considerata costituito appunto dall’effettiva pratica del “metodo mafioso” – per ribadire che “la fattispecie incriminatrice richiede per la sua integrazione un dato di «effettività»: nel senso che quel sodalizio si sia manifestato in forme tali da aver offerto la dimostrazione di «possedere in concreto» quella forza di intimidazione e di essersene poi avvalso”. Tale “caratura oggettiva”, soggiunge la Corte, “vale anche a consegnare alla fattispecie un coefficiente di offensività tale da giustificare, sul piano della proporzionalità, il rigoroso editto sanzionatorio, in linea con i più recenti approdi della Corte costituzionale”, in quanto “è proprio il metodo di cui l’associazione – per tipizzarsi – deve «avvalersi» a convincere del fatto che l’intimidazione e l’assoggettamento omertoso che ne devono derivare, rappresentano in sé un «fatto» che può prescindere dalla realizzazione degli ulteriori «danni» scaturenti dalla eventuale realizzazione di specifici reati-fine”.

Ora, la sequenza tipicità/offensività/proporzionalità proposta dai giudici di legittimità è davvero apprezzabile nella sua didascalica semplicità: ancor di più ove si consideri che la stessa sezione della Corte in precedenza ha propugnato non poche volte una versione dimidiata del medesimo requisito di fattispecie, configurandolo in termini potenziali e così ritendo sufficiente l’insorgenza di un mero pericolo rispetto, quantomeno, alla libertà morale dei consociati. Al riguardo, va pure ribadito che siffatta sequenza deve imporsi sempre e comunque in ogni processo in cui è scrutinata l’applicabilità del delitto di associazione mafiosa: si tratti, ad esempio, di ‘ndrangheta in loco, in trasferta o addirittura all’estero, i giudici sono comunque tenuti ad rispettarla con il medesimo scrupolo mostrato dalla sentenza in parola.

3. Precisione, determinatezza e tassatività tra diritto e processo. – Ma l’impostazione ancorata alla verifica giudiziale dell’effettività del metodo mafioso si rivela decisiva, secondi i giudici di legittimità, anche per contenere la possibile erosione della legalità penale derivante dall’applicazione del delitto a organizzazioni prive di “storia”, ossia di quel corredo di conoscenze sedimentatesi nel tempo che nel caso della mafie tradizionali funge da possibile fonte probatoria perlomeno nella forma di sperimentate massime di esperienza. Più in particolare, e muovendosi nel solco della dottrina incline a valorizzare la determinatezza quale “provabilità” in concreto del tipo criminoso, la Cassazione ritiene che è proprio la “prospettiva oggettivistica e materiale” a consentire al reato di sottrarsi alla censura di “fattispecie sociologicamente orientata”, poiché “quei profili lato sensu ambientali connessi al metodo mafioso, assumono i caratteri del «fatto», che deve formare oggetto, naturalmente di prova adeguata”. E in quest’ottica si ribadisce che “assoggettamento e omertà rappresentano gli eventi che devono scaturire dall’intimidazione: «fatti», quindi, che devono formare oggetto di prova, e che chiaramente fuoriescono d qualsiasi ambigua lettura di tipo sociologico o culturale”. Nessuna scorciatoia probatoria, dunque, ammonisce la Corte. E il richiamo a una nomenclatura – per dir così – “classica” sembrerebbe voler scongiurare derive letterarie nell’approccio giudiziario al problema probatorio, derive invero tutt’altro che rare nella prassi corrente. Quel che occorre, semmai, è un adeguamento degli standard valutativi con riguardo, in particolare, alla forza di intimidazione dispiegata da organizzazioni criminali comunque di ridotte dimensioni e senza pedigree, in modo da evitare, raccomanda la Cassazione, “gli opposti estremi: da un lato, un effetto «totalizzante», di coazione che coinvolga l’intera popolazione di un determinato territorio; dall’altro, quello della <> associativa, che opera in una prospettiva poco più che individuale”. Giunti fin qui, tuttavia, non si può non riconoscere che il punto di equilibrio tra questi due estremi è inevitabilmente oscillante nel tempo e nello spazio, sospinto da una parte o dall’altra da molteplici fattori contingenti che indubbiamente non si lasciano ingabbiare in format predefiniti una volta e per tutte. Ecco perché le decisioni giurisprudenziali rischiano di rimanere “essenzialmente contestabili”, ossia fisiologicamente esposte all’accusa di andare contro il senso comune o di rincorrerlo.

E a bene vedere, gli stessi indicatori fattuali isolati dalla Cassazione per vagliare la tenuta logico-motivazionale della sentenza nonché l’esatta composizione del “mosaico delle condizioni di applicazione della fattispecie”, confermano l’irriducibile plasticità di un ragionamento decisorio condotto tra diritto e prova con le porte aperte a componenti valutative di notevole spessore. In altre parole, “l’intensità del vincolo di assoggettamento omertoso”, come “gli specifici settori di intervento”, o “la molteplicità dei settori illeciti di interesse”, nonché “la manifestazione esterna del potere decisionale” e la “sudditanza degli interlocutori istituzionali o professionali”, costituiscono certamente indicatori plausibili della mafiosità penalmente rilevante di un aggregato criminale attivo in un contesto non tradizionale. Ma si tratta pur sempre di parametri a trama aperta la cui concretizzazione giudiziale non sempre è asetticamente controllabile. Le guerre di religione sul punto, francamente, sono ingiustificate. [...]"

https://sistemapenale.it/it/scheda/visconti-cassazione-10255-2020-non-basta-parola-mafia-per-applicare-416-bis

DMU Timestamp: March 12, 2020 00:41





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