Al signor Scipion Gonzaga
DISCORSO PRIMO
A tre cose deve aver riguardo ciascuno che di scriver poema eroico si prepone.......
La materia nuda (materia nuda è detta quella che non ha ancor ricevuta qualità alcuna da l'artificio de l'oratore e del poeta) cade sotto la considerazion del poeta in quella guisa che 'l ferro o il legno vien sotto la considerazion del fabro; però che sí come colui che fabrica le navi, non solo è obligato a sapere qual debba esser la forma de le navi, ma deve anco conoscere qual maniera di legno è piú atta a ricever in sì questa forma; cosí parimente conviene al poeta, non solo aver arte nel formare la materia, ma giudicio ancora nel conoscerla; e sceglierla dee tale, che sia per sua natura d'ogni perfezione capace. [...]
La materia, che argomento può ancora comodamente chiamarsi, o si finge, ed allora par che il poeta abbia parte non solo ne la scelta, ma ne la invenzione ancora; o si toglie da l'istorie. Ma molto meglio è, a mio giudicio, che da l'istoria si prenda; perché dovendo l'epico cercare in ogni parte il verisimile (presupongo questo, come principio notissimo), non è verisimile ch'una azione illustre, quali sono quelle del poema eroico, non sia stata scritta, e passata a la memoria de' posteri con l'aiuto d'alcuna istoria. [...]
Per questo, dovendo il poeta con la sembianza de la verità ingannare i lettori, e non solo persuader loro che le cose da lui trattate sian vere, ma sottoporle in guisa a i lor sensi, che credano non di leggerle, ma di esser presenti, e di vederle, e di udirle, è necessitato di guadagnarsi ne l'animo loro questa opinion di verità; il che facilmente con l'autorità de l'istoria gli verrà fatto: parlo di quei poeti che imitano le azioni illustri, quali sono e 'l tragico e l'epico; però che al comico, che d'azioni ignobili e popolaresche è imitatore, lecito è sempre che si tinga a sua voglia l'argomento; non repugnando al verisimile, che de l'azioni private alcuna contezza non s'abbia fra gli uomini ancora, che de la medesima città sono abitatori.
E se ben leggiamo, ne la Poetica d'Aristotele, che le favole finte sogliono piacere al popolo per la novità loro, qual fu tra gli antichi il Fior d'Agatone, e tra noi altri le favole eroiche a del Boiardo e de l'Ariosto, e le tragiche d'alcuni piú moderni; non dobbiamo pero lasciarci persuadere, che favola alcuna finta in poema nobile sia degna di molta commendazione, [...]
Deve dunque l'argomento del poema epico esser tolto da l'istorie; ma l'istoria, o è di religione tenuta falsa da noi, o di religione che véra crediamo, quale è oggi la cristiana, e vera fu già l'ebrea.
Né giudico che l'azioni de' gentili ci porgano comodo soggetto, onde perfetto poema epico se ne formi: perché in que' tali poemi, o vogliamo ricorrer talora a le deità che da' gentili erano adorate, o non vogliamo ricorrervi; se non vi ricorriamo mai, viene a mancarvi il meraviglioso; se vi ricorriamo, resta privo il poema in quella parte del verisimile.
Poco dilettevole è veramente quel poema, che non ha seco quelle maraviglie, che tanto muovono non solo l'animo de gl'ignoranti, ma de' giudiziosi ancora: parlo di quelli anelli, di quelli scudi incantati, di que' corsieri volanti, di quelle navi converse in ninfe, di quelle larve che fra' combattenti si tramettono, e d'altre cose sí fatte; de le quali, quasi di sapori, deve il giudizioso scrittore condire il suo poema [...]
Diversissime sono, signor Scipione, queste due nature, il meraviglioso e 'l verisimile; ed in guisa diverse, che sono quasi contrarie tra loro; nondimeno l'una e l'altra nel poema è necessaria; ma fa mestieri che arte di eccellente poeta sia quella che insieme le accoppi; il che, se ben'è stato sin'ora fatto da molti, nissuno è (ch'io mi sappia) il quale insegni come si faccia; anzi, alcuni uomini di somma dottrina, veggendo la ripugnanza di queste due nature, hanno giudicato quella parte ch'è verisimile ne' poemi non essere meravigliosa, né quella ch'è meravigliosa, verisimile; ma che nondimeno, essendo ambedue necessarie, si debba or seguire il verisimile, ora il meraviglioso, di maniera che l'una a l'altra non ceda, ma l'una da l'altra sia temperata. Io, per me, questa opiniorie non approvo [...]
Attribuisca il poeta alcune operazioni, che di gran lunga eccedono il poter degli uomini, a Dio, a gli angioli suoi, a' demoni, o a coloro a' quali da Dio o da' demoni è concessa questa podestà, quali sono i santi, i maghi e le fate. Queste opere, se per sé stesse saranno considerate, meravigliose parranno; anzi miracoli sono chiamati nel commune uso di parlare. Queste medesime, se si avrà riguardo a la virtú ed a la potenza di chi l'ha operate, verisimili saranno giudicate, perché avendo gli uomini nostri bevuta ne le fasce insieme co 'l latte questa opinione, ed essendo poi in loro confermata da i maestri de la nostra santa fede, cioè che Dio e i suoi ministri, e i demoni ed i maghi, permettendolo lui, possino far cose sovra le forze de la natura meravigliose; e leggendo e sentendo ogni dì ricordarne novi esempi, non parrà loro fuori del verisimile quello, che credono non solo esser possibile, ma stimano spesse fiate esser avvenuto, e poter di novo molte volte avvenire. Sí come anco a quegli antichi, che vivevano negli errori de la lor vana religione, non deveano parer impossibili que' miracoli, che de' lor dèi favoleggiavano non solo i poeti, ma l'istorie talora: ché se pur gli uomini scienziati, impossibili (com'erano) li giudicavano; basta al poeta in questo, com'in molte altre cose, la opinion de la moltitudine; a la quale molte volte, lassando l'esatta verità de le cose, e suole e deve attenersi. Può essere dunque una medesima azione e meravigliosa e verisimile: meravigliosa, riguardandola in sé stessa, e circonscritta dentro a i termini naturali; verisimile, considerandola divisa da questi termini ne la sua cagione, la quale è una virtú sopranaturale, potente, ed avvezza ad operar simili meraviglie. Ma di questo modo di congiungere il verisimile co'l meraviglioso, privi sono que' poemi, ne' quali le deità de' gentili sono introdotte; si come a l'incontra comodissimamente se ne possono valere que' poeti, che fondano la lor poesia sovra la nostra religione. Questa sola ragione, a mio giudicio, conclude, che l'argumento de l'epico debba esser tratto da istoria non gentile, ma cristiana od ebrea.
Logging in, please wait...
0 archived comments